Racconti e pensieri

SITUAZIONE CHIESA DEL KOSOVO DOPO LA MORTE DEL VESCOVO MARK SOPI
intervista a don Albert krista - Direttore Caritas Kosovo

Se il 2006 si preannuncia un anno estremamente delicato e denso di appuntamenti e sfide decisive per il Kosovo, lo stesso si può dire anche per la Chiesa cattolica kosovara. La morte improvvisa di Mons. Mark Sopi, avvenuta esattamente dieci giorni prima di quella del Presidente Rugova, ha privato infatti la comunità cattolica kosovara del suo pastore. Mons. Sopi è stato Vescovo del Kosovo per dieci anni.
Ricorda Don Albert Krista, direttore di Caritas Kosovo: “Mons. Sopi è stato rispettato in Kosovo sia come persona di chiesa sia come uomo. Per noi cattolici, è stata una guida, soprattutto nei momenti difficili come durante il conflitto. Ma ha fatto tanto anche per la società kosovara in generale. Si è sempre sforzato di trovare un equilibrio tra tutti, cattolici, musulmani e ortodossi.”
Questo spiega la straordinaria presenza di gente al suo funerale: tanti uomini di chiesa, tanti fedeli, ma anche tanti non-cattolici.
“Il messaggio più importante che Mons. Sopi ci ha lasciato?”, aggiunge Don A.Krista, “Che la vita deve essere rispettata. Sempre. E qui in Kosovo non è cosa scontata.”
Ora la guida della Diocesi del Kosovo è stata provvisoriamente affidata a Mons. Zef Gashi, già Arcivescovo di Bar (Montenegro), fino alla nomina del nuovo vescovo. Il nuovo amministratore apostolico traghetterà quindi la Chiesa del Kosovo nell’anno dei negoziati sullo status finale.
Ma che Chiesa ha ereditato Mons. Gashi? In cifre: una diocesi, 23 parrocchie, 36 sacerdoti. Ma i numeri non bastano a capire. “La Chiesa del Kosovo è una chiesa giovane, viva e attiva” sottolinea Don A.Krista. “Giovane, perché abbiamo molte vocazioni. I nostri sacerdoti sono giovani, studiano all’estero in paesi cattolici e poi tornano qua dove c’è grande attaccamento alla fede anche se non siamo tanti. Viva, perché c’è grande partecipazione alle celebrazioni e attenzione per sacramenti e liturgia. Il 70% dei fedeli partecipa all’eucarestia domenicale. Attiva, perché attive sono le nostre parrocchie.” Conclude Don A.Krista : “Non siamo una chiesa forte nel senso di strutture di potere, ma abbiamo una grande struttura umana”.
C’è un’altra caratteristica della chiesa del Kosovo che è necessario sottolineare. Si tratta di una chiesa minoritaria: gli albanesi del Kosovo sono quasi tutti musulmani (circa il 90% della popolazione); i serbi sono ortodossi (circa 200.000); i cattolici, di etnia albanese, sono circa il 3%, ovvero 60.000. La posizione dei cattolici è quindi alquanto peculiare: sono albanesi, e quindi condividono con la maggioranza della popolazione lingua, cultura e tradizioni; ma sono cristiani così come la minoranza serba ortodossa.
“Voglio precisare subito”, dice Don A.Krista, “che come cattolici non corriamo alcun rischio. Siamo rispettati da tutti. Ma il nostro ruolo è molto delicato. Abbiamo buone relazioni con due parti che non hanno buone relazioni tra loro. Siamo una chiesa piccola , ma con una grande responsabilità, ci sono grandi attese su di noi.”
Nella pratica i rapporti tra le tre confessioni religiose del Kosovo sono piuttosto limitati. Il legame religione-etnia è troppo forte. Quando anche le religioni “entrano in politica” come è avvenuto, e avviene ancora, nei Balcani esse sono più strumenti del potere che strumenti di pace e dialogo. “Come minoranza siamo costretti a fare il primo passo verso tutti”, precisa Don A.Krista, “Ma qui in Kosovo il dialogo e la collaborazione tra fedi diverse è molto difficile. Le differenze sono troppo marcate. Cerchiamo il dialogo, ma a livello alto, ufficiale è troppo difficile perché ci sono troppi interessi. Solo dal basso, a livello umano, il dialogo è possibile. Io ad esempio ho rapporti personali sia con religiosi musulmani che ortodossi.”
E proprio questo dialogo, questa collaborazione dal basso con tutti è una delle linee guida della Caritas locale. Lo staff di Caritas Kosovo è composto di serbi (ortodossi), musulmani e cattolici. Con il supporto di alcune Caritas del network, tra cui Caritas Italiana (vedi box), Caritas Kosovo ha portato avanti e ancora svolge microprogetti che hanno come fine ultimo la riconciliazione tra serbi e albanesi e l’integrazione delle minoranze, soprattutto i rom.
Caritas Kosovo è attiva anche nel sostegno alle fasce più deboli della società. “Quello che facciamo”, precisa Don A.Krista, “è poco perché i bisogni sono tanti e le risorse a disposizione scarse…ma è pur sempre un segno”.
Ma chi sono i poveri del Kosovo? “Esiste una povertà materiale fortissima”, dice il Direttore di Caritas Kosovo, “Ci sono persone, e non sono poche, che vivono in una povertà estrema. La gran parte della popolazione vive poi una povertà “media”. Queste persone hanno di che mangiare, sopravvivono. Ma se qualcosa va storto in famiglia, come ad esempio qualcuno si ammala seriamente, è finita. Vi è poi una povertà generale, che coinvolge tutti. Mancano infrastrutture, luce…abbiamo tanti ristoranti e benzinai, ma non abbiamo ancora un servizio postale…”
Non servono dati ufficiali del governo o dell’UNMIK per confermare queste parole. Basta osservare le decine e decine di persone che ogni giorno si recano presso la sede principale di Caritas Kosovo a Ferizaj alla disperata ricerca di cibo, vestiti, farmaci…una parola di speranza.
“Ma esiste anche una “povertà del Vangelo”, continua Don A.Krista, “perché le persone qui in Kosovo non hanno mai avuto la possibilità di esprimere veramente la loro identità che è sempre rimasta nascosta”.
A sette anni dalla fine della guerra e giunti quasi al termine dell’accompagnamento di Caritas Kosovo da parte delle Caritas sorelle, si può dire che la dimensione della carità sia entrata a far parte della chiesa kosovara. Tanto resta ancora da fare, ma nelle parrocchie del Kosovo sono stati accesi dei piccoli focolai di carità. “Il segno più tangibile di questa presenza”, conclude il Direttore di Caritas Kosovo, “sono i nostri giovani. Sono loro che Caritas ha stimolato, sono loro che tra mille difficoltà animano le nostre parrocchie.”

Articolo 1

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