| “Appena arrivi alla base americana in Kuwait ti spiegano subito come insultare gli ‘haji’", termine di rispetto nella tradizione musulmana che invece viene usato come appellativo dispregiativo contro i civili iracheni: inizia così “il processo di disumanizzazione che la guerra in Iraq sta provocando”: Geoffrey Millford indossa una maglietta nera con la scritta ‘war veteran’, coperta in parte dal giubbotto mimetico beige dell’esercito americano. Ha 25 anni, è stato in Iraq per dodici mesi fino all’ottobre 2005: “Già prima di partire criticavo l’attacco degli Stati Uniti, ma ero militare da otto anni: l’alternativa allora era la fuga in Canada, come ai tempi del Vietnam. Cosi ho voluto andare e vedere di persona”, spiega alla MISNA a margine di un affollato dibattito al IV Forum sociale europeo di Atene. “Chi torna si sente stordito e sconvolto: non è una battaglia per la democrazia né per la libertà di un popolo. L’occupazione dell’Iraq non ha senso: la maggior parte dei veterani al ritorno negli Stati Uniti si sente tradita e umiliata dall’amministrazione Bush. L’anno scorso oltre cento veterani americani si sono suicidati: qualcuno si sarà chiesto i motivi?”, aggiunge Geoffrey, con il gel che fissa i capelli ispidi. “Vicino a Baghdad - ricorda - la mia pattuglia ha aperto il fuoco contro un’auto in avvicinamento troppo veloce. Alla fine abbiamo ucciso un’intera famiglia: madre, padre, due bambine di 3 e 5 anni. Sono gesti che negano la natura umana”. Eppure... “Eppure la Casa Bianca non li considera esseri umani, altrimenti non avrebbe provocato finora la morte di 150.000 iracheni. Una cifra che è documentata e che purtroppo continua ad aumentare”, dice ancora alla MISNA Geoffrey, che da oltre un anno è ormai impegnato a tempo pieno come attivista per la pace. “La situazione sul terreno sta peggiorando continuamente” aggiunge Masror Aswed, dell’Iraqi Institute for Human rights di Kirkuk. “Stiamo cercando di ricostruire il paese sulla base della legge e della democrazia, ma gli Stati Uniti non vengano a darci lezioni di diritti umani” dice alla MISNA. Dal Forum si leva alta la domanda di pace, dall’Afghanistan all’Iraq fino all’eventuale attacco contro l’Iran. “L’opinione pubblica è chiaramente contro la guerra”, afferma George Martin del direttivo della 'United peace and Justice', la più grande coalizione americana per la pace con oltre mille associazioni. “Anche settimana scorsa 350.000 cittadini americani sono scesi per strada a New York per chiedere pace nel mondo e democrazia all’interno degli Stati Uniti”.
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