VOCI CONTRO LA "PUNIZIONE COLLETTIVA" DEI PALESTINESI

"È la prima volta nella storia che vengono prese sanzioni contro un popolo occupato: i palestinesi stanno soffrendo perché una parte della comunità internazionale non accetta i risultati delle nostre elezioni dopo averle dichiarate democratiche": lo dice - con voce ferma ma senza alzare i toni - Fathy Khdarat, della campagna 'Stop the Wall', 'Fermate il muro', che Israele sta costruendo intorno e dentro la Cisgiordania. Lo scenario mediorientale entra a pieno titolo nell'agenda del IV Forum sociale europeo di Atene, dove da ieri migliaia di delegati si stanno confrontando su "un'altra Europa possibile". Il suo intervento al dibattito dedicato ai 'rapporti tra Israele e Palestina dopo il voto’ viene tradotto in cinque lingue, tra cui il ceco. "I palestinesi - dice poi alla MISNA Khdarat - hanno scelto liberamente questo governo e ora lo accettano, prendendosi le proprie responsabilità. Ma Israele deve fermare la costruzione del Muro, che sta provocando gravissime conseguenze su migliaia di civili innocenti". L'occupazione di Gaza, spiega, "non è affatto terminata, perché le truppe dello Stato ebraico sono ancora lì'. E sopratutto gli israeliani controllano ancora tutte le risorse e i servizi, a partire da acqua ed energia elettrica". Per questo, aggiunge Khalwa Karabi, esponente di al-Fatah, parlando in una delle sale del Centro sportivo polivalente che ospita il Foum alla periferia della capitale greca, "servono azioni urgenti della società civile europea per fermare la punizione collettiva contro i palestinesi". L'invitata più attesa, Fatwa Marghouti - moglie e avvocato del leader palestinese di al-Fatah incarcerato dagli israeliani - non ha potuto raggiungere Atene. C'è comunque grande attenzione al dibattito, non l'unico, sul conflitto mediorientale: "Non volevo mancare a questo appuntamento - dice alla MISNA Joan, un disabile norvegese con l'adesivo 'Stop the Wall' sulla sua carrozzina. "L'Europa - osserva - sta compiendo l'errore di non accettare l'esito del voto palestinese. E su questo dobbiamo riflettere". Per Ismail Patel, che parla a nome della comunità islamica di Londra, "è assurdo che si siano spesi 40 miliardi di dollari per 'importare' la democrazia in Iraq mentre in Palestina la democrazia non costa nulla e la comunità internazionale ora la respinge". (da Atene, Emiliano Bos)

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